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PESCA IN LAGUNA.

Quando lo specchio d’acqua della laguna era così vasto da non vedere una riva dall’altra si potevano pescare in gran quantità passere, rombi, sogliole, anguille, cefali, storioni e branzini.
L’attività della pesca in laguna “verta” avveniva tradizionalmente il Lunedì successivo alla Domenica di Passione ed era praticata sia dai pescatori che con la famiglia vivevano stabilmente nei cason,i sia da quei pescatori che vivevano in città e, partendo al suono della campana grande, raggiungevano la laguna a bordo delle batée (tipiche barche piccole a fondo piatto), trasferendosi nei casoni per il solo periodo di pesca portando con loro provviste di farina, fichi e pesce secchi, arringa affumicata e poco altro.
Nella relazione che intorno all’anno 1690 il Vescovo di Caorle Domenico Minio inviò a Roma, si descrivevano gli abitanti di Caorle come pescatori che vivevano in città solo nei giorni festivi mentre il resto della settimana lavoravano in laguna e dimoravano in tuguri di canna o nelle stesse barche.
Durante i periodi di pesca si lavorava senza pause con brevi interruzioni per rifocillarsi e riposare. Nelle giornate di pioggia i pescatori si coprivano con panni resi quasi impermeabili dopo che erano stati impregnati d’olio di lino.
A partire dalla metà di Marzo e per un periodo di circa due mesi si pescava il pesce novello ed i cosìddetti “novellanti”, con reti in canapa o lino pescavano gli avannotti di orata, branzino e cefalo, che venivano raccolti in tinozze (poi temporaneamente anche nelle buche “buse” scavate nelle barene) e venduti ai proprietari delle valli che li avrebbero allevati in grandi vasche fino alla crescita ottimale per la vendita al mercato. Per questa pesca si utilizzavano barche molto leggere portate da due uomini ed un giovane, i “sandoli”. L’abilità dei novellanti stava anche nel mantenere in vita il novellame.
La pesca a “tratta” o “strassin” era la più diffusa e veniva comunque praticata durante l’intero anno. Le reti per questo tipo di pesca potevano essere a maglia stretta “fissa” o più larga a seconda del tipo di pesce che si intendeva catturare ed erano tenute verticali con pesi che sfioravano il fondo dei canali e galleggianti di sughero, “cortegae”, sulla parte alta.
Questo tipo di pesca era praticata anche in mare e consisteva nel distribuire la rete poco lontano dalla riva, a semicerchio e con i due estremi vicini a terra. Dopo di ché si tiravano le due estremità verso riva, prima con le barche e poi a braccia, trascinando la rete fuori dall’acqua. Si raccoglieva quindi il pescato che veniva scelto e diviso per specie.
Fino a Giugno ma anche oltre, si praticava la pesca a “seràgia”, praticata dai “seragianti” in barche con equipaggi di più persone (caorline), che consisteva nel posare, nel momento di bassa marea, le reti a maglia fissa, alle entrate dei canali tenendole molto basse per poi alzarle una volta che, con l’alta marea, il pesce era entrato all’interno dei canali stessi. Con il massimo della marea, un pescatore entrava in acqua e disponeva sul fondale la “seragia” schiacciando con i piedi nel fango la lima inferire della rete per impedire il passaggio del pesce sul fondale. Il pesce, con il ritirarsi delle acque rimaneva in secco e veniva raccolto con una “volega” o “vodega” di forma triangolare. Si pescavano anguelle, gò, passere, cefali, granchi, gamberetti ed anche seppie.
Lungo le sponde dei canali della laguna si praticava la pesca con una rete detta “trimaglio” adatta alla cattura di branzini e cefali. Una volta posata la rete, i pescatori si allontanavano dal posto in barca a remi risalendo la corrente per poi ridiscendere, trasportati dalla stessa, adoperandosi per creare un gran chiasso in maniera da spaventare il pesce che scappando in direzione della corrente, andava ad impigliarsi nelle reti.
Un altro tipo di pesca, meno laboriosa e praticata con divertimento anche dai bambini, era quello della cosi detta pesca “a fiapar”. Bastava recarsi nelle zone della laguna con acque meno profonde ed attendere la bassa marea per raccogliere a mani nude i pesci che rimanevano in secca.
L’ultimo periodo di pesca si praticava dal mese di Settembre fino a Natale ed era detto della “fraima” (da infra hiemen,verso l’inverno). Intere famiglie si trasferivano dalla cittadina in laguna e solo saltuariamente qualcuno faceva ritorno in città per far provviste o per necessità.

Daniele Barbaro

Bibliografia:
BIBLIOTECA CIVICA DI CAORLE - Caorle: memoria e tradizioni – Tecnostudio S.r.l. Torino, 2002
RENZO FRANZIN (a cura di) – Casoni. Dalle lagune di Caorle e Bibione a Cavarzere – Nuova Dimensione, Portogruaro stampato da Graphic Linea, Tavagnacco UD, 2004
VINICIO DONA’ E GIANNI PREVARIN - Caorle cinquant’anni di storia in bianco e nero, Arti Grafiche Conegliano s.p.a., Susegana TV 1994
ASSOCIAZIONE CULTURALE “EL FIGHERO” S. Pietro in Volta (VE) (a cura di) – La pesca in mare. Metodi-tecniche, Tipografia L. Salvagno, Venezia 1989
A.G.C.I. VENETO (a cura di) – Mestieri della pesca nella Regione Veneto – Tipografia Arti grafiche Molin Mestre Venezia, 2005
www.grupposommozzatoricaorle.com

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