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- MARE -

Tra i ricordi più cari che ho del mare vi sono quelli di quando ero bambino e mi recavo con i miei amici sulla scogliera per vedere i branchi di delfini che quasi quotidianamente si esibivano vicino a riva nei loro tuffi tra le onde. Poi andavamo tutti al porto, in Rio, a vedere le numerose tartarughe marine che venivano scaricate dai pescherecci di ritorno dalla pesca e portate in pescheria per la vendita insieme ad una grande varietà di altro pesce.
Come altri bambini, già in primavera, con i calzoni corti, lasciate le scarpe a riva o tenute in mano, entravo in acqua e camminavo vicino a riva tra le alghe che mi accarezzavano i piedi, circondato da pesci di ogni genere, cavallucci marini e “bisigoe” (agulie) stando bene attento ad evitare le tenaglie dei numerosissimi granchi che allora popolavano il fondo del nostro mare ed a non pungermi la pianta dei piedi con i “garusi” (Murice o Ragusa), bellissimi ma appuntiti molluschi.

 

CENNI DI STORIA GEOLOGICA E ARTICOLAZIONE FISICA.

Secondo alcuni storici furono i greci a dare il nome di Adrias Kolpos al mare che bagna la costa di Caorle derivandolo da quello della città italiana di Adria. Essi indicavano però con questo nome, la sola parte settentrionale del mare e solo successivamente il nome venne esteso a tutto il mare fino al Mare Ionio ed anche più tardi, in epoca romana, il nome rimase lo stesso. Secondo altre ipotesi il nome Adriatico deriva dall’antica città d’arte di Hadria, l’attuale città abruzzese di Atri oppure da Jader, l’odierna Zara.
Circa settanta milioni di anni fa, alla fine dell’età mesozoica, il bacino adriatico occupava uno spazio molto più esteso compreso tra le zone alpine, appenniniche e delle Alpi Dinariche ossia i rilievi occidentali della penisola balcanica. L’evoluzione ed il sollevamento di queste catene montuose nel corso dei recenti tempi geologici (gli ultimi trenta milioni di anni) ha condizionato lo sviluppo di tutto il bacino, la forma dei contorni costieri e la morfologia del fondo. All’interno del bacino andarono a scaricarsi i depositi fluviali e torrentizi provenienti dagli stessi rilievi provocando una intensa e prolungata deposizione di tipo estensivo alla quale corrispondeva un fenomeno di subsidenza di tutto il bacino. Questo processo naturale continua ancora oggi e si evidenzia in modo particolare nella zona della laguna veneta e del delta padano. La sedimentazione del bacino adriatico è attualmente alimentata da materiali sabbioso-argillosi provenienti dal bacino del Po e dai corsi d’acqua veneto-friulani e dinarico-istriani.
Nell’alto Adriatico, a partire dalla nostra costa occidentale, si susseguono depositi sabbiosi di origine fluviale, limi e sabbie limose (specialmente nel grande delta del Po), con spessori fino a 25 metri, modificati dal moto ondoso e dalle correnti litoranee ed ancora sabbie residuali dell’antica linea costiera sommersa (circa 6000 anni fa), di relativo spessore che, modellate dall’erosione, presentano dune e creste che si elevano di alcuni metri dal fondo.
Il Mare Adriatico si estende attualmente su una superficie di poco più di 130.000 Km2. e presenta una forma allungata nel senso nordovest-sudest con una lunghezza di circa 800 Km. ed una larghezza media di 150 Km. Esso si distingue per il suo carattere interno, essendo quasi completamente chiuso tra le terre emerse della penisola italiana e quella balcanica aprendosi solo a sud-est in corrispondenza del Canale d’Otranto (largo solo 75 Km.) in comunicazione con il Mar Jonio. Si divide nei settori alto Adriatico (Adriatico settentrionale), medio Adriatico (Adriatico centrale) e basso Adriatico (Adriatico meridionale) che si differenziano per la morfologia del fondo e caratteri batimetrici. Nel bacino settentrionale i fondali digradano lievemente a partire dalle coste sia settentrionali che occidentali fino a raggiungere la profondità massima di 70-75 metri mentre in quello mediano è presente una accentuata depressione (Fossa di Jabuka, dall’omonima isoletta) che scende oltre i 200 metri. Il bacino meridionale, infine, scende verso fondali che superano anche i 1200 metri.

PESCA

La città di Caorle ebbe l’intero possesso di acque, porti, paludi e canali situati tra i fiumi Livenza e Tagliamento ed i diritti esclusivi di pesca, allorquando gli fu riconosciuto il 14 Dicembre 1439 dal doge Francesco Foscari.
Nel successivo XVII secolo questo privilegio fu notevolmente limitato in quanto le lagune furono confiscate e vasti terreni e valli furono venduti a privati con conseguenze disastrose per la popolazione.
Dopo la caduta della Serenissima, inoltre, con l’occupazione dell’esercito francese avvenuta nel 1796 i diritti di pesca fino allora acquisiti dalla comunità di Caorle, furono sconvolti e ciò fu causa di scontri con i pescatori dei vicini paesi. Tale situazione perdurò anche nel periodo dell’annessione del Veneto all’Austria.
Solo più tardi, i pescatori di Caorle, con l’intento di salvaguardare i diritti di pesca in laguna e sui canali, costituirono nel 1858 il Consorzio Peschereccio che divenne proprietario di valli da pesca e dell’area della Sedicesima Presa. Esso fu il primo consorzio peschereccio d’Italia ed aveva il compito di salvaguardare i diritti di pesca dei pescatori ed alla loro assistenza sanitaria. Vi facevano parte anche le varie Compagnie di pescatori.
Con l’inizio delle grandi opere di bonifica che hanno interessato ampie superfici lagunari, l’attività della pesca subì un radicale cambiamento con il passaggio dalla pesca in laguna alla pesca in alto mare.
Fu nel 1927 che l’Opera nazionale combattenti, che dal governo aveva l’incarico di debellare la malaria dalla laguna e dalle valli, requisì sei bragozzi della marineria di Chioggia e li trasferì a Caorle dando ai pescatori la possibilità ed i mezzi per la pesca in mare.
Due anni più tardi il Consorzio peschereccio, con finanziamento della stessa Opera nazionale combattenti, acquistò altri due bragozzi dai cantieri di Chioggia: il Vittoria ed il Costanza da utilizzarsi come barche scuola. Nel 1945 si potevano contare a Caorle 40 bragozzi e l’intera flotta di imbarcazioni da pesca di vario tipo era costituita, nel 1958, da 234 barche.
L’attività della pesca vanta quindi lontane origini a Caorle e la città mantiene, anche con il porto peschereccio, un aspetto caratteristicamente marinaro.
La laguna ed il mare hanno costituito per gli abitanti di Caorle, nel corso dei secoli, la principale fonte di sostentamento. Di padre in figlio venivano trasmesse esperienze che aiutavano ad evitare i pericoli del mare ed i giovani imparavano da subito a nuotare, portare la barca a vela e poi a motore, riconoscere i venti e prevedere il mutare il tempo. Le fatiche che la pesca ha sempre comportato erano sostenute da una stretta convivenza lavorativa ed una grande fede che hanno contribuito a costituire il nostro patrimonio culturale, anche con la nascita di canti, racconti, piatti tipici, ecc. Lo stesso discorso vale anche per i costruttori di barche “squeranioli” (da squéro, piccolo cantiere navale) che per secoli si sono tramandati l’arte e la tecnica nel costruire, tra le altre, la tipica “caorlina”, una barca utilizza per il trasporto di carichi ma anche per la pesca a remi o a vela.

 

Daniele Barbaro

Bibliografia:
BIBLIOTECA CIVICA DI CAORLE - Caorle: memoria e tradizioni – Tecnostudio S.r.l. Torino, 2002
RENZO FRANZIN (a cura di) – Casoni. Dalle lagune di Caorle e Bibione a Cavarzere – Nuova Dimensione, Portogruaro stampato da Graphic Linea, Tavagnacco UD, 2004
EUGENIO TURREI (a cura di) – Adriatico Mare d’Europa. La geografia e la storia – Arti grafiche Amilcare Pizzi S.p.A., Cinisello Balsamo MI, 1999
VINICIO DONA’ E GIANNI PREVARIN - Caorle cinquant’anni di storia in bianco e nero, Arti Grafiche Conegliano s.p.a., Susegana TV 1994
ASSOCIAZIONE CULTURALE “EL FIGHERO” S. Pietro in Volta (VE) (a cura di) – La pesca in mare. Metodi-tecniche, Tipografia L. Salvagno, Venezia 1989
A.G.C.I. VENETO (a cura di) – Mestieri della pesca nella Regione Veneto – Tipografia Arti grafiche Molin Mestre Venezia, 2005
www.grupposommozzatoricaorle.com

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